Un' ottima occasione per visitare l'incantevole cittadina scelta per la fiction del "Commissario Montalbano"

Ogni anno, quando marzo profuma di primavera, Scicli si accende di fuoco, fede e memoria. È la notte della cavalcata di San Giuseppe, una tradizione che affonda le sue radici nel Medioevo e che ancora oggi trasforma il centro barocco in uno scenario sospeso tra storia e leggenda.

Quest’anno in seguito al referendum previsto per il 22 e il 23 marzo, la festa sarà anticipata di una settimana, le celebrazioni inizieranno venerdì 13 marzo.

Il culmine della festa sarà sabato 14 marzo quando al calare del sole, le vie della città si accenderanno con i suggestivi "pagghiari", grandi falò che illuminano il buio e rischiarano il passaggio degli uomini a cavallo. I pagghiari, costruiti con maestria da ogni quartiere, non sono solo falò: sono vere opere di ingegno contadino, con legna intrecciata e simboli sacri appesi, pronti a illuminare la notte di un bagliore dorato. Tra il crepitio dei falò e lo scalpiccio dei cavalli, si mescolano canti popolari e il brusio della folla, che accompagna la processione con applausi e invocazioni. Molti spettatori, bambini e adulti, si affacciano dai balconi addobbati a festa, gettando fiori o semi di grano come augurio di buona stagione.

I cavalli avanzeranno lentamente tra la folla, adornati con spettacolari composizioni di fiori e violaciocche – chiamate u balucu nel dialetto locale – preparate con pazienza nei giorni precedenti alla festa. Anche i cavalieri sono parte integrante dello spettacolo. Indossano pantaloni di velluto, gilet dello stesso colore, camicia bianca con le maniche rimboccate, una larga cintura artigianale dai colori vivaci e sul capo portano la tradizionale birritta col giummo.

La festa è una rievocazione della biblica fuga in Egitto di Giuseppe, Maria e del Bambin Gesù, in groppa a un asino: una scena sacra che qui prende vita tra il profumo di legna bruciata e il brusio della folla.

La storia di questa tradizione non si ferma qui, il significato più profondo affonda nella cultura contadina. È un gesto di devozione nato dalla terra e per la terra. A San Giuseppe si chiedeva l’acqua, quella pioggia preziosa capace di far crescere fave e grano. A marzo, quando il cielo di Scicli si faceva avaro, non era raro sentire al passaggio della cavalcata: “Patriarca beddu, dateci l’acqua, fate piovere.”

Oggi, tra falò che ardono e cavalli in fiore, quella devozione continua a vivere. Non è solo una festa: è memoria collettiva, identità, racconto di un popolo che, anno dopo anno, rinnova il suo legame con la terra, con la luce e con la speranza.